“Il leopardo” di Jo Nesbo

“Harry aspettò di udire gli pneumatici scricchiolare sulla ghiaia e sparire alle sue spalle prima di girare la chiave ed entrare. Premette l’interruttore della luce e indugiò mentre la porta si richiudeva dietro sbattendo. L’odore, il silenzio, la luce che lambiva l’armadio, tutto gli parlava, era come immergersi in una vasca di ricordi. Lo avvolsero, lo scaldarono, gli fecero venire un nodo alla gola. Si tolse il cappotto e si sfilò gli anfibi scalciando. Poi camminò. Da una stanza all’altra. Da un anno all’altro. Da mamma a papà a Sos, e infine a se stesso. La sua cameretta. Il poster di Clash, quello della chitarra che stava per essere sbattuta in terra. Si distese sul letto e inspirò l’odore del materasso. Poi arrivarono le lacrime.”

da: “Il leopardo” – Einaudi – di Jo Nesbo

“Acciaio” di Silvia Avallone . seconda parte

segue articacciaio-di-silvia-avalloneolo precedente . . . 

Sandra le prese la mano, e Rosa questa volta non la ritrasse.

“Alle otto abbiamo preso l’autobus. Al pronto soccorso ci hanno fatto un sacco di domande. Io gliel’ho detto: “Questa volta lo denunciamo, questa volta lo denunciamo”. Ma lei continuava a ripetermi: “No, no, ci uccide”. Era troppo spaventata. Ma al pronto soccorso sono sicura che non ci hanno credute. Ci manderanno i servizi sociali … Ci manderanno i servizi sociali e te lo devo dire ..” alzò lo sguardo verso Sandra, adesso i suoi occhi erano vivi, “se ce li mandano io sono contenta”.

“Devi denunciarlo, Rosa. Ti accompagno io se vuoi. Andiamo adesso, domani, quando preferisci …”

“Francesca era troppo spaventata, non me la sono sentita di andare alla polizia. Ma voglio farlo, Sandra. E se mi deve uccidere …”

“Non dirlo neanche per scherzo. Ti proteggeranno!”

“Al mio paese”, sorrise, “quelle donne come me non le proteggono”.

Sandra ebbe un moto di rabbia. Lo sapeva anche lei che andava così, che le donne si fanno ammazzare dai mariti e nessuno dice niente. Perché è vero che siamo in Italia, ma è un paese di merda.

“Di me non mi interessa, io voglio solo che Francesca sia al sicuro. Per questo sono venuta a chiederti … Quando vado a denunciarlo, perché ci vado, questa volta giuro che lo faccio. Ecco, quando vado, Francesca può stare qui da te? Ci può stare qui se succederanno dei problemi?”

“Non devi neanche chiedermelo, Rosa”.

“Grazie, Sandra”. I suoi occhi si velarono di un leggero tremore.

“Non devi ringraziarmi”.

Rosa si alzò dalla sedia.

Era ancora bella. Alla sua età molte donne non sono ancora sposate: lavorano, fanno viaggi, vanno al cinema, al ristorante, a ballare.

Sandra si avvicinò per abbracciarla e lei si lasciò abbracciare.

“Sei coraggiosa” disse Sandra. “Ti accompagno io in Questura, vedrai le cose cambieranno …” Le accarezzò la testa.

Rosa la guardò negli occhi. C’era quasi una gioia, adesso nel suo volto.

“Sai” ammise, “è strano dirlo a questa età, ma tu sei la prima vera amica che ho …”

Sandra, con tutto che era una donna con le spalle robuste, fece fatica a trattenere la commozione.

“Cercami a qualsiasi ora, mi raccomando. Quando vuoi, io ti accompagno” le ripeté sul ciglio della porta.

Rosa annuì. E scomparve.

Chissà se lo avrebbe fatto davvero. Andare davanti a un poliziotto, sedersi, sporgere denuncia contro la persona  più importante della sua vita dopo suo padre. Raccontare cose a uno sconosciuto che per anni non aveva raccontato a nessuno, forse nemmeno a se stessa. Lasciare la casa, cercarsi un lavoro, badare a Francesca da sola. E magari, un giorno, trovare un altro uomo, vivere qualcosa di simile a un amore.

Era necessario, penso Sandra. Alla sua età era davvero necessario. Ma da che pulpito parlava lei? In tutti questi anni … Cosa aveva fatto lei?

Si lasciò cadere sulla poltrona.

Per me è tardi ormai.

Non se la sarebbe rifatta più una vita, lo sapeva. Sarebbe semplicemente invecchiata da sola.

Non se la sentiva di lavare i piatti. Andò ad affacciarsi a quella finestra dove c’era luce e il trillo confortante dei bambini arrivava insieme al sole, uguale al sole.

Per oggi sarebbe rimasto tutto in disordine.

Alzò la cornetta, digitò il numero dell’avvocato il più veloce possibile. Era quella la cosa giusta, la sola cosa dignitosa. Non farlo per se stessi, farlo per i propri figli. Per il futuro, per quei bambini che giocano in spiaggia e non hanno la minima idea di quanto sia difficile fare le cose giuste.

da “Acciaio” Silvia Avallone

“Acciaio” di Silvia Avallone – prima parte

da: “Acciaio” Casa Editrice Rizzoli, primo romanzo di Silvia Avallone. E’ la storia di due amiche di 14 anni che vivono nelle case popolari  di via Stalingrado a Piombino, all’ombra delle Acciaierie Lucchini.

Una settimana dopo, alle tre del pomeriggio, Rosa suonò il campanello della famiglia Sorrentino. E Sandra andò ad aprire.

Una settimana dopo era il 22 agosto, il compleanno di Anna.

Ma Anna non era in casa e Sandra, mentre si sfilava i guanti di gomma e si avviava verso la porta, si aspettava tutto fuorché quella visita. Rosa non era mai, in tutti quegli anni, passata a trovarla, nonostante gli inviti e le premure.

Adesso era lì, sul pianerottolo, sullo zerbino con scritto “Welcome”, ma sembrava indecisa se varcare o meno la soglia. Non aveva fatto neppure una telefonata per avvisare, e questo non era da lei.

Sandra la accolse con un sorriso, le disse: “Vieni, entra e scusa per il disordine”. Non tardò a capire dal suo contegno che quella non era una visita di piacere.

“Siediti”. Le indicò una sedia entrando in cucina. “Faccio il caffè?”

Rosa annuì e, un po’ impacciata, prese posto a tavola. In effetti c’era un gran disordine intorno.

“Scusa, sai. E’ che sono tornata alle due dal lavoro e tra una cosa e l’altra non sono riuscita neanche a lavare i piatti … Abbi pazienza”.

Rosa fece un cenno con la mano che significava: figurati, non ha importanza.

Lei non lavorava, non aveva mai lavorato, e casa sua era sempre perfettamente in ordine. Enrico non faceva in tempo a spaccare le cose che lei aveva già raccolto con la scopa i cocci e li aveva buttati nel secchio.

Sandra mise la moka sul fuoco. Si affrettò a lavare due tazzine fra quelle accumulate nel lavello. Anche se le dava le spalle, non stentava ad immaginare l’espressione di Rosa e a intuire il motivo per cui era venuta.

Si sapeva, dopotutto. Nel palazzo era una cosa di cui, sottovoce, si chiacchierava.

Sandra non fece nessuna domanda. Si limitò a rivolgerle un sorriso di rassicurazione quando, voltandosi, incrociò il suo sguardo. Apparecchiò alla bell’e meglio, con due tovaglioli di carta e sopra due cucchiaini. Posò il barattolo dello zucchero al centro della tavola e, vista la tensione, mentre versava il caffè nelle tazzine si accese una sigaretta.

“Grazie” bisbigliò Rosa posando la tazza. Era la prima parola che diceva.

Sandra sorseggiava il caffè e intanto fumava la sigaretta. Si domandava se non fosse il caso di intervenire, di chiederle qualcosa. Ma non ce ne fu bisogno.

Rosa volse gli occhi alla finestra spalancata: entrava un gran sole, e gli schiamazzi dei bambini sulla spiaggia si sentivano fin lì. Allora cominciò a parlare. Parlò con calma, senza giri di parole, quasi senza interruzioni. Parlò per dieci minuti buoni. E probabilmente, da che era nata, non aveva mai parlato così tanto.

“Sandra” cominciò, “tu sai perché sono qui, te lo puoi immaginare … Il fatto è che non ce la faccio più. E oggi ho deciso che dovevo parlare con qualcuno … Devo affrontare la situazione, non posso più rimandare. E non lo faccio per me stessa. Credimi, io ho trentatré anni e al mio paese sono considerata vecchia. Di me non mi importa, lo faccio per mia figlia”.

Rivolse un lungo sguardo a Sandra, di muta disperazione. E Sandra si sentì piena di comprensione e di rispetto per quella donna che, con grande sforzo, stava cercando di tirare fuori il male.

“Sono andate alla festa, lo sai …” Rosa parlava, rigida, senza muovere le mani né altro. “Ho dato a Francesca il permesso, senza dire niente a suo padre. Perché Enrico non le avrebbe mai dato il permesso. Lui era di notte a Ferragosto. Faceva il doppio turno per lo straordinario e non sarebbe tornato neanche per cena. Ho detto a Francesca di andare, di non preoccuparsi, che la coprivo io, che suo padre non lo sarebbe mai venuto a sapere …”

Si voltò di nuovo verso la finestra, socchiuse gli occhi per distrarsi un momento nel calore della luce estiva, il suono illeso e vivo dei bambini che si tuffano nel mare.

“Io non voglio che Francesca diventi come me … Non voglio che faccia la mia fine. Voglio che esca, che si diverta come tutte le ragazze normali … Voglio che continui a studiare, che un giorno possa andare via, lontano da qui. Voglio che si trovi un lavoro dignitoso, un uomo che le voglia bene. Io non sono mai andata a una festa, lo sai?”

Sandra annuì. Le si gelava il sangue a sentire la calma di quella donna, la forza sotterranea di quella donna che adesso, staccando piano le parole, si ribellava.

“E lui questa mattina lo è venuto a sapere. Non so come abbia fatto. Qualcuno deve averglielo detto. Perché è tornato alle sei del mattino dal lavoro e ci ha svegliate. A me non mi ha voluto neanche parlare. Mi ha chiuso dentro, a chiave. Poi l’ho sentito che andava nella stanza di Francesca …” serrò i pugni in grembo, “e io non potevo fare niente”.

Sandra fece per avvicinarsi, ma Rosa si scansò.

“Sentivo i tonfi delle cose. Sentivo i tonfi delle mani, Francesca non piange, sai? Non piange più, non dice neanche una parola … E’ diventata come me. Sentivo i tonfi delle cose, Sandra, li ho sentiti fino alle sette di questa mattina. E non ho sentito mai la voce di Francesca … Poi lui mi ha aperto, si è rimesso la giacca ed è uscito”.

C’erano le grida dei bambini, giù in strada, e il vento che gonfiava a tratti la tenda bianca.

“Quando sono andata in camera sua, ho visto mia figlia per terra. Aveva il sangue in faccia, le ha rotto il naso. L’ho raccolta da terra. Lei non mi voleva neanche guardare. Sandra” si fermò, “tu non immagini come mi sono sentita a raccogliere mia figlia per la centesima volta”.

. . . continua

“Un sacchetto di biglie”

“Cresciuto, indurito, cambiato … Forse anche il cuore si è abituato, si è rodato alle catastrofi, forse è diventato incapace di provare un dolore profondo … Il bambino che ero diciotto mesi fa, quel bambino sperduto nel metrò, nel treno che lo portava a Dax, so che non è più lo  stesso di oggi, che si è perduto per sempre in un bosco, su una strada provenzale, nei corridoi di un albergo di Nizza, si è sbriciolato un po’ ogni giorno di fuga. Guardando Rosette che cuoce delle uova sode e dice parole che non sento, mi domando se sono ancora un bambino… Mi sembra che certi giochi non mi interesserebbero più oggi, nemmeno le biglie, una partita di pallone forse, ma non è detto … Eppure sono cose della mia età, dopo tutto non ho ancora dodici anni, dovrei averne voglia … eh, no. Forse ho creduto, fino ad ora di uscirne indenne da questa guerra, ed è questo forse l’errore. Non mi hanno preso la vita, forse hanno fatto di peggio, mi rubano la mia infanzia, hanno ucciso in me il bambino che potevo essere … Forse sono già troppo duro, troppo cattivo, quando hanno arrestato papà non ho nemmeno pianto. Un anno fa non ne avrei nemmeno sopportato l’idea.

Domani sarò a Aix-les-Bains. Se la cosa non va, se sorge un ostacolo qualunque, andremo altrove, più lontano, a ovest, a nord, a sud, non importa. Mi è indifferente. Me ne sbatto.

Forse in fondo non tengo più alla vita, solo che la macchina è in moto, il gioco continua, è la regola che la selvaggina corra sempre davanti al cacciatore e ho ancora fiato, farò di tutto perchè non abbiano il piacere di prendermi. Attraverso la finestra, i campi tristi e già grigi dell’inverno sono spariti, le praterie piatte e slavate si sono sbiadite, mi sembra già di vedere le cime, le nevi, il lago azzurro e profondo, le foglie rosse dell’autunno, chiudo gli occhi e già entrano in me i fiori e i profumi della montagna.” Immagine1 da: “Un sacchetto di biglie” di Joseph Joffo

“La donna dei fiori di carta” di Donato Carrisi, seconda parte

“Allora, senza nemmeno guardarsi intorno, gettò via il giglio con un gesto incurante ma plateale, in modo che lo notassero tutti.

Ventiquattr’ore dopo, non trovò il quarto fiore di carta, bensì nuovamente il giglio che aveva gettato via. Era un po’ stropicciato, ma qualcuno l’aveva ripiegato al meglio.

Qualcuno che non voleva essere ignorato.

Jacob non amava i misteri, specie se rischiavano di fargli fare una figura del cretino. Così escogitò un modo per scombinare i piani dell’ignoto fiorista. La sera andò via per ultimo, ma invece di appendere il camice al solito piolo, ne scelse uno fra i tanti che erano ancora liberi – confidando nel fatto che a quel punto – non c’era modo di distinguere il suo dagli altri.

Invece qualcuno riusciva a riconoscerlo, perché il quinto giorno un nuovo fiore attendeva beffardamente di essere scoperto nella sua tasca.

Il rito dei fiori di poesia si ripeté per ventisette mattine di seguito.

. . .

Il ventinovesimo  giorno, Jacob appese il camice e si sistemò su una delle poltrone in pelle  della saletta, con l’idea di passarvi la notte per sorprendere la ragazza dei fiori di carta – così l’aveva ribattezzata. Ma si addormentò troppo presto.

Al mattino fu svegliato da un raggio ambrato che filtrava dalla finestra sui suoi occhi chiusi. Li aprì e vide che in grembo qualcuno gli aveva deposto il solito fiore – un’orchidea. Si stava per maledire per essersi addormentato, quando la vide.

Era in piedi a pochi metri da lui, stretta in un cappotto scuro. Una crestina bianca da  infermiera sui capelli castani, raccolti in una crocchia sulla nuca. Le mani incrociate davanti a sé.

“Poverino”, gli disse. “Non ce l’ha proprio fatta a rimanere sveglio. Ma io so cosa passi qua dentro.”

“Chi sei?” riuscì solo a chiedere Jacob, ancora stordito da ciò che stava accadendo.

“Anch’io mi sono chiesta a lungo chi fosse il giovane dottore che sfioravo tutte le sere, al mio arrivo, e tutte le mattine, quando andavo via. Non te ne sei mai accorto, ma ci passiamo accanto praticamente ogni giorno, sui gradini dell’ospedale, come fosse un appuntamento. Anzi, di più: una coincidenza programmata.”

. . .

“Perché tutto questo?”

“Così ti ho costretto a pensare a me quando ancora non esistevo.”

Jacob considerò che, in effetti, aveva raggiunto lo scopo. “Ho desiderato per molto tempo il tuo nome”, le confessò. “Non il tuo volto o il tuo aspetto, non m’importava. Volevo solo sapere che esistevi veramente. Allora vuoi dirmelo?”

Lei sorrise. “Anya Roumann.”

Il fatto che si fosse attribuita da subito il suo cognome lo colpì. Era come se volesse dirgli: eccomi, sono io la donna della tua vita.

Una settimana dopo la ragazza dei fiori di carta diventò sua moglie.

E adesso l’ho persa, pensò Jacob Roumann, mentre si rigirava fra le dita una sgualcita orchidea di carta. Disteso sulla branda nella fetida trincea, riusciva immaginare il profumo di quel fiore. Era proprio questo il merito di Anya. L’aver instillato nel cuore di un uomo razionale e distaccato il presagio di un mondo parallelo, totalmente diverso, dove i fiori di carta hanno un odore e dove bastano le parole di una poesia per far materializzare le cose. E poi lui non era stato capace d’impedire che un altro uomo gliela portasse via. Era capace solo di subire gli eventi. E Anya se n’era andata via per sempre. “

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Donato Carrisi, nato nel 1973 a Martina Franca, è l’autore dei romanzi Il suggeritore e Il tribunale delle anime.

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foto: 100layercake.com

“La donna dei fiori di carta” di Donato Carrisi, prima parte

Il libro riunisce un insieme di realtà e fantasia, sentimenti, passione e un confronto  fra un prigioniero italiano durante la prima Guerra Mondiale, che all’alba sarà fucilato, e un medico austriaco che avrà solo una notte per convincerlo a parlare.

Voglio riportare invece una storia d’amore, all’interno di questo romanzo, ricco di altre storie.

“In quel raro e fragile momento di pace, Jacob Roumann si accorse di essere improvvisamente invecchiato. La mezzanotte era trascorsa da un pezzo e se n’era andato un altro compleanno – il più triste della mia vita, considerò.

Si costrinse a ripensare a sua moglie, e a un momento felice di quando erano insieme. Era la sua storia, in fondo. E anche se nessuno l’avrebbe raccontata, era pur sempre una vita. La sua vita.

Gli venne in mente il fiore di carta nascosto fra le pagine consumate della sua agenda. Aveva deciso di conservarlo lì perché era sicuro che solo così, tenendolo costantemente davanti agli occhi, sarebbe riuscito a dimenticarsene. Ma nessuno ha diritto di dimenticare, si disse. Neanche lui ce l’aveva.

Jacob Roumann non aveva mai avuto l’ambizione di dare un nome a una montagna. Ma il suo più grande rimpianto sarebbe rimasto sempre legato a una donna meravigliosa.

Eppure anni prima si era promessa a lui. Ma come gli aveva scritto nella lettera con cui l’aveva lasciato, le promesse a volte fanno pesare il cuore.

Appena laureato in medicina, Jacob aveva preso servizio presso l’Ospedale Generale di Vienna. Un importante luminare l’aveva scelto come assistente ma, per fargli scontare il prezzo del privilegio, non si faceva scrupoli a costringerlo a turni massacranti e a orari assurdi. Jacob non riusciva a staccare prima della mezzanotte e lo attendeva una sveglia puntuale alle cinque.

Ogni volta che arrivava o andava via dall’ospedale, passava dalla saletta riservata ai giovani internisti. Era poco più di uno spogliatoio in cui erano state piazzate un paio di poltrone, rivestite di pelle lisa, e un fornelletto a carbone per fare il tè. C’erano due file di attaccapanni alle pareti, Ognuno aveva il proprio piolo a cui appendere il camice a fine giornata – non perché quel posto gli fosse stato assegnato, ma per spontanea consuetudine.

Una mattina, ancora intontito dal sonno, indossò il camice prima di mettersi al lavoro. Con un gesto meccanico, infilò subito entrambe le mani in tasca. Ma quella volta sentì qualcosa al tatto – sottile e ruvido. Non avrebbe mai dimenticato quella piccola sensazione – come è infinitesimale l’inizio di ogni avventura, avrebbe pensato poi.

Sfilò la mano e si ritrovò a guardare nel suo palmo una stella alpina, realizzata con un foglio che sembrava di giornale.

Stupito ed interdetto, si domandò come fosse finita là dentro. Non riuscendo a rammentare nulla, stava per accartocciare e gettare via lo strano manufatto. Ma si fermò un attimo prima e lo tenne.

Trascorse la giornata senza pensarci. Alla fine del turno, aveva del tutto rimosso il ritrovamento. Come sempre, scambiò il camice con il soprabito e se ne tornò a casa.

Il mattino dopo, ripeté l’operazione ma, un istante prima di mettere le mani in tasca come al solito, senza sapere il perché ripensò a ciò che era accaduto il giorno precedente. Guidate da una specie di sesto senso, le dita scivolarono nello scomparto, e con i polpastrelli avvertì subito qualcosa.

Un secondo fiore di carta. Un tulipano.

Stavolta il ritrovamento lo scosse. Per capirci qualcosa, dispiegò i petali e scoprì che non si trattava di comune carta di giornale. Era la pagina di un libro. Versi in rima, divisi in ottave. Anche se al momento non rammentava l’opera, li aveva già letti, però molti anni prima, al liceo. Erano bellissimi, ma produssero in lui anche uno strano disagio.

E quella sensazione – un misto di turbamento ed eccitazione – tornò ad assalirlo più volta nel corso della giornata, come un solletico al cuore. Finché dalla memoria non giunse almeno una risposta. I versi appartenevano all’Orlando furioso dell’Ariosto, mentre quelli contenuti nel fiore del giorno precedente erano di Shakespeare. Jacob era un uomo pratico, non certo disposto ad assecondare simili frivolezze. Così decise di ignorare la faccenda. La sera riprese il soprabito e, non senza qualche timore, affidò il camice al solito piolo.

Il terzo fiore di carta era al proprio posto l’indomani, ed era un giglio che racchiudeva l’Infinito di Leopardi.

. . . . ” – Continua al prossimo articololibro-dcarrisi

 

27 gennaio “Giorno della memoria”

“Così si trascinano le nostre notti. Il sogno di Tantalo e il sogno del racconto si inseriscono in un tessuto di immagini più indistinte: la sofferenza del giorno, composta di fame, percorre, freddo, fatica, paura e promiscuità, si volge di notte in incubi informi di inaudita violenza, quali nella vita libera occorrono solo nelle notti di febbre. Ci si sveglia in ogni istante, gelidi di terrore, con un sussulto di tutte le membra, sotto l’impressione di un ordine gridato da una voce piena di collera, in una lingua incompresa. La processione del secchio e i tonfi dei calcagni nudi sul legno del pavimento si mutano in un’altra simbolica processione: siamo noi, grigi e identici, piccoli come formiche e grandi fino alle stelle, serrati l’uno contro l’altro, innumerevoli per tutta la pianura fino all’orizzonte; talora fusi in un’unica sostanza, un impasto angoscioso in cui ci sentiamo invischiati e soffocati; talora in marcia a cerchio, senza principio e senza fine, con vertigine accecante e una marea di nausea che ci sale dai precordi alla gola; finché la fame, o il freddo, o la pienezza della vescica non convogliano i sogni entro gli schemi consueti. Cerchiamo invano, quando l’incubo stesso o il disagio ci svegliano, di districarne gli elementi, e di ricacciarli separatamente fuori dal campo dell’attenzione attuale, in modo da difendere il sonno dalla loro intrusione: non appena gli occhi si richiudono, ancora una volta percepiamo il nostro cervello mettersi in moto al di fuori del nostro volere; picchia e ronza, incapace di riposo, fabbrica fantasmi e segni terribili, e senza posa li disegna e li agita in nebbia grigia sullo schermo dei sogni.

Ma per tutta la durata della notte, attraverso tutte le alternanze del sonno, di veglia e di incubo, vigila l’attesa e il terrore del momento della sveglia: mediante la misteriosa facoltà che molti conoscono, noi siamo in grado, pur senza orologi, di prevederne lo scoccare con grande approssimazione. All’ora della sveglia, che varia da stagione a stagione ma cade sempre assai prima dell’alba, suona a lungo la campanella del campo, e allora in ogni baracca la guardia di notte smonta: accende le luci, si alza, si stira, e pronunzia la condanna di ogni giorno: – Aufstehen, – o più spesso, in polacco: – Wstawać.

Pochissimi attendono dormendo lo Wstawać: è un momento di pena troppo acuta perché il sonno più duro non si sciolga al suo approssimarsi. La guardia notturna lo sa, ed è per questo che non lo pronunzia con tono di comando, ma con voce piana e sommessa, come di chi sa che l’annunzio troverà tutte le orecchie tese, e sarà udito e obbedito.

La parola straniera cade come una pietra sul fondo di tutti gli animi. “Alzarsi”; l’illusoria barriera delle coperte calde, l’esile corazza del sonno, la pur tormentosa evasione notturna, cadono a pezzi intorno a noi, e ci ritroviamo desti senza remissione, esposti all’offesa, atrocemente nudi e vulnerabili. Incomincia un giorno come ogni giorno, lungo a tal segno da non potersene ragionevolmente concepire la fine, tanto freddo, tanta fame, tanta fatica ce ne separano: per cui è meglio concentrare l’attenzione e il desiderio sul blocchetto di pane grigio, che è piccolo, ma fra un’ora sarà certamente nostro, e per cinque minuti, finché non l’avremo divorato, costituirà tutto quanto la legge del luogo ci consente di possedere.”

da: “Se questo è un uomo” di Primo Levi

Sognavamo nelle notti feroci
Sogni densi e violenti
Sognati con anima e corpo:
Tornare; mangiare; raccontare.
Finché suonava breve sommesso
Il comando dell’alba;
“Wstawać”,
E si spezzava in petto il cuore.

Ora abbiamo ritrovato la casa,
Il nostro ventre è sazio,
Abbiamo finito di raccontar..
È tempo. Presto udremo ancora
Il comando straniero:
“Wstawać”.

11 gennaio 1946

Questa poesia unisce i due racconti “Se questo è un uomo” e “La tregua”, che racconta l’esperienza del viaggio di ritorno in Italia, dopo la terribile esperienza della deportazione di Primo Levi.

Auschwitz-Birkenau State Museum“L’interno di una baracca maschile di Birkenau”. Auschwitz-Birkenau State Museum.