“Acciaio” di Silvia Avallone . seconda parte

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Sandra le prese la mano, e Rosa questa volta non la ritrasse.

“Alle otto abbiamo preso l’autobus. Al pronto soccorso ci hanno fatto un sacco di domande. Io gliel’ho detto: “Questa volta lo denunciamo, questa volta lo denunciamo”. Ma lei continuava a ripetermi: “No, no, ci uccide”. Era troppo spaventata. Ma al pronto soccorso sono sicura che non ci hanno credute. Ci manderanno i servizi sociali … Ci manderanno i servizi sociali e te lo devo dire ..” alzò lo sguardo verso Sandra, adesso i suoi occhi erano vivi, “se ce li mandano io sono contenta”.

“Devi denunciarlo, Rosa. Ti accompagno io se vuoi. Andiamo adesso, domani, quando preferisci …”

“Francesca era troppo spaventata, non me la sono sentita di andare alla polizia. Ma voglio farlo, Sandra. E se mi deve uccidere …”

“Non dirlo neanche per scherzo. Ti proteggeranno!”

“Al mio paese”, sorrise, “quelle donne come me non le proteggono”.

Sandra ebbe un moto di rabbia. Lo sapeva anche lei che andava così, che le donne si fanno ammazzare dai mariti e nessuno dice niente. Perché è vero che siamo in Italia, ma è un paese di merda.

“Di me non mi interessa, io voglio solo che Francesca sia al sicuro. Per questo sono venuta a chiederti … Quando vado a denunciarlo, perché ci vado, questa volta giuro che lo faccio. Ecco, quando vado, Francesca può stare qui da te? Ci può stare qui se succederanno dei problemi?”

“Non devi neanche chiedermelo, Rosa”.

“Grazie, Sandra”. I suoi occhi si velarono di un leggero tremore.

“Non devi ringraziarmi”.

Rosa si alzò dalla sedia.

Era ancora bella. Alla sua età molte donne non sono ancora sposate: lavorano, fanno viaggi, vanno al cinema, al ristorante, a ballare.

Sandra si avvicinò per abbracciarla e lei si lasciò abbracciare.

“Sei coraggiosa” disse Sandra. “Ti accompagno io in Questura, vedrai le cose cambieranno …” Le accarezzò la testa.

Rosa la guardò negli occhi. C’era quasi una gioia, adesso nel suo volto.

“Sai” ammise, “è strano dirlo a questa età, ma tu sei la prima vera amica che ho …”

Sandra, con tutto che era una donna con le spalle robuste, fece fatica a trattenere la commozione.

“Cercami a qualsiasi ora, mi raccomando. Quando vuoi, io ti accompagno” le ripeté sul ciglio della porta.

Rosa annuì. E scomparve.

Chissà se lo avrebbe fatto davvero. Andare davanti a un poliziotto, sedersi, sporgere denuncia contro la persona  più importante della sua vita dopo suo padre. Raccontare cose a uno sconosciuto che per anni non aveva raccontato a nessuno, forse nemmeno a se stessa. Lasciare la casa, cercarsi un lavoro, badare a Francesca da sola. E magari, un giorno, trovare un altro uomo, vivere qualcosa di simile a un amore.

Era necessario, penso Sandra. Alla sua età era davvero necessario. Ma da che pulpito parlava lei? In tutti questi anni … Cosa aveva fatto lei?

Si lasciò cadere sulla poltrona.

Per me è tardi ormai.

Non se la sarebbe rifatta più una vita, lo sapeva. Sarebbe semplicemente invecchiata da sola.

Non se la sentiva di lavare i piatti. Andò ad affacciarsi a quella finestra dove c’era luce e il trillo confortante dei bambini arrivava insieme al sole, uguale al sole.

Per oggi sarebbe rimasto tutto in disordine.

Alzò la cornetta, digitò il numero dell’avvocato il più veloce possibile. Era quella la cosa giusta, la sola cosa dignitosa. Non farlo per se stessi, farlo per i propri figli. Per il futuro, per quei bambini che giocano in spiaggia e non hanno la minima idea di quanto sia difficile fare le cose giuste.

da “Acciaio” Silvia Avallone

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