“La donna dei fiori di carta” di Donato Carrisi, prima parte

Il libro riunisce un insieme di realtà e fantasia, sentimenti, passione e un confronto  fra un prigioniero italiano durante la prima Guerra Mondiale, che all’alba sarà fucilato, e un medico austriaco che avrà solo una notte per convincerlo a parlare.

Voglio riportare invece una storia d’amore, all’interno di questo romanzo, ricco di altre storie.

“In quel raro e fragile momento di pace, Jacob Roumann si accorse di essere improvvisamente invecchiato. La mezzanotte era trascorsa da un pezzo e se n’era andato un altro compleanno – il più triste della mia vita, considerò.

Si costrinse a ripensare a sua moglie, e a un momento felice di quando erano insieme. Era la sua storia, in fondo. E anche se nessuno l’avrebbe raccontata, era pur sempre una vita. La sua vita.

Gli venne in mente il fiore di carta nascosto fra le pagine consumate della sua agenda. Aveva deciso di conservarlo lì perché era sicuro che solo così, tenendolo costantemente davanti agli occhi, sarebbe riuscito a dimenticarsene. Ma nessuno ha diritto di dimenticare, si disse. Neanche lui ce l’aveva.

Jacob Roumann non aveva mai avuto l’ambizione di dare un nome a una montagna. Ma il suo più grande rimpianto sarebbe rimasto sempre legato a una donna meravigliosa.

Eppure anni prima si era promessa a lui. Ma come gli aveva scritto nella lettera con cui l’aveva lasciato, le promesse a volte fanno pesare il cuore.

Appena laureato in medicina, Jacob aveva preso servizio presso l’Ospedale Generale di Vienna. Un importante luminare l’aveva scelto come assistente ma, per fargli scontare il prezzo del privilegio, non si faceva scrupoli a costringerlo a turni massacranti e a orari assurdi. Jacob non riusciva a staccare prima della mezzanotte e lo attendeva una sveglia puntuale alle cinque.

Ogni volta che arrivava o andava via dall’ospedale, passava dalla saletta riservata ai giovani internisti. Era poco più di uno spogliatoio in cui erano state piazzate un paio di poltrone, rivestite di pelle lisa, e un fornelletto a carbone per fare il tè. C’erano due file di attaccapanni alle pareti, Ognuno aveva il proprio piolo a cui appendere il camice a fine giornata – non perché quel posto gli fosse stato assegnato, ma per spontanea consuetudine.

Una mattina, ancora intontito dal sonno, indossò il camice prima di mettersi al lavoro. Con un gesto meccanico, infilò subito entrambe le mani in tasca. Ma quella volta sentì qualcosa al tatto – sottile e ruvido. Non avrebbe mai dimenticato quella piccola sensazione – come è infinitesimale l’inizio di ogni avventura, avrebbe pensato poi.

Sfilò la mano e si ritrovò a guardare nel suo palmo una stella alpina, realizzata con un foglio che sembrava di giornale.

Stupito ed interdetto, si domandò come fosse finita là dentro. Non riuscendo a rammentare nulla, stava per accartocciare e gettare via lo strano manufatto. Ma si fermò un attimo prima e lo tenne.

Trascorse la giornata senza pensarci. Alla fine del turno, aveva del tutto rimosso il ritrovamento. Come sempre, scambiò il camice con il soprabito e se ne tornò a casa.

Il mattino dopo, ripeté l’operazione ma, un istante prima di mettere le mani in tasca come al solito, senza sapere il perché ripensò a ciò che era accaduto il giorno precedente. Guidate da una specie di sesto senso, le dita scivolarono nello scomparto, e con i polpastrelli avvertì subito qualcosa.

Un secondo fiore di carta. Un tulipano.

Stavolta il ritrovamento lo scosse. Per capirci qualcosa, dispiegò i petali e scoprì che non si trattava di comune carta di giornale. Era la pagina di un libro. Versi in rima, divisi in ottave. Anche se al momento non rammentava l’opera, li aveva già letti, però molti anni prima, al liceo. Erano bellissimi, ma produssero in lui anche uno strano disagio.

E quella sensazione – un misto di turbamento ed eccitazione – tornò ad assalirlo più volta nel corso della giornata, come un solletico al cuore. Finché dalla memoria non giunse almeno una risposta. I versi appartenevano all’Orlando furioso dell’Ariosto, mentre quelli contenuti nel fiore del giorno precedente erano di Shakespeare. Jacob era un uomo pratico, non certo disposto ad assecondare simili frivolezze. Così decise di ignorare la faccenda. La sera riprese il soprabito e, non senza qualche timore, affidò il camice al solito piolo.

Il terzo fiore di carta era al proprio posto l’indomani, ed era un giglio che racchiudeva l’Infinito di Leopardi.

. . . . ” – Continua al prossimo articololibro-dcarrisi

 

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Una Risposta

  1. Se ti piacciono i romanzi storici, ti raccomando ad occhi chiusi quello di cui ho parlato in questo mio post: http://wwayne.wordpress.com/2014/09/08/roma-zona-di-guerra/. : )

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