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“La casa sull’orlo del pianto”. Vénus Khoury-Ghata

La casa sull'orlo del piantoE’ la storia  dolorosa di una famiglia sconvolta dall’odio del padre verso il figlio maggiore, sensibile e fragile, fino a condurlo alla pazzia sotto gli occhi impotenti del resto della famiglia, nemmeno la sua poesia è riuscito a salvarlo. La scrittrice, ripercorre la storia dell’infanzia e della prima giovinezza fino a quel terribile 1975 che segna l’inizio della guerra civile, in cui scompariranno tanti personaggi e tante tracce di questa esperienza autobiografica.

“La casa era sull’orlo di una strada come
sull’orlo del pianto
i vetri sul punto di scoppiare in singhiozzi.”

.  .  .

“Dissotterro due morti e un morto vivente: mio fratello, che concentrò nella sua persona tutte le ambizioni e tutto il furore di suo padre; voglio interrogarli, aprire quelle bocche sigillate dal silenzio, estorcere con la forza la causa di collere violenti e brevi come un fuoco di resina.

In un villaggio del nord, la tomba di un santo maronita trasuda sangue da cent’anni. La tomba di mio padre trasuda minacce attraverso i pori della pietra. Da quella di mia madre, modesta e coperta di muschio, stillano lacrime. Mia madre non aveva che lacrime per difendere  suo figlio. “Dio, fa’ che sia morto!” ripetevo fino allo sfinimento quando mio padre tardava  a rientrare. Sognavo di essere orfana. Solo la sua morte avrebbe potuto far cessare le lacrime di mia madre, le urla di terrore di mio fratello e i nostri tremori.

6 dicembre 1950. Padre, perché hai buttato fuori di casa la moglie e le tre figlie, trattenendo tuo figlio per legarlo come una mummia sul pavimento? Quattro volti schiacciati tra le sbarre della finestra ti avevano visto all’opera, ansimante alla luce incerta della lampada posata a terra per rifinire il tuo lavoro.

“Non ucciderlo”, supplicava mia madre.

“Non ho nessuna intenzione di ucciderlo. Voglio seppellirlo vivo”.

Le tue minacce, i gemiti di tuo figlio, i nostri singhiozzi si sono trasformati col tempo in vergogna, una vergogna penetrante come la pioggia che bagnava le quattro facce attente ad ogni tuo minimo gesto.

 Quarant’anni dopo, getto le frasi a palate sulla pagina con rumore di terra, scavando la mia vergogna penetrante come una tomba. Perché a mio padre piaceva fare la parte del boia? Perché nostra madre piangeva quando avrebbe potuto parlare?

Nessuno dei protagonisti può rispondere. Sono prigionieri della loro morte, la parola è stata sottratta insieme alla vita, e il figlio non ricorda più nulla. Un soggiorno in manicomio durato diciotto anni gli ha dissolto la memoria. I suoi ricordi si fermano al melograno che si ergeva sull’uscio e che spruzzava la soglia di un succo color del sangue quando i suoi frutti si spaccavano al sole.

.  .  .

Ingoio la vergogna come facevo una volta con il cibo di mia madre. Le sue verdure asfittiche come le nostre grida soffocate, le sue insalate troppo salate, probabilmente condite con le lacrime.

All’ora di cena, ci chiamava dalla finestra della cucina, di fronte alla sera che faceva fremere le ortiche del giardino e il ramo più basso del melograno, unici sopravvissuti a diciassette anni di guerra. Nella casa rasa al suolo, tra le mura sparite, qualcuno continua a piangere. I sei protagonisti si coprono d’invettive attraverso le sbarre cancellate. Il padre e il figlio dentro, la madre e le tre figlie fuori. Chiedo ai due morti, al morto vivente e alle tre sopravvissute di riprendere il discorso dal punto in cui l’avevamo interrotto, quarant’anni prima. Mi aspetto parole e mi arrivano singhiozzi. Mia madre piange di sera, di mattina, d’inverno e d’estate sulla mia mano che scrive.

.  .  .

Silenzio di tomba, la sera, a casa. Viola come se avesse mangiato delle more, le labbra di tua madre, viola i segni lasciati dalla corda attorno al tuo collo. Li porti con fierezza,come un santo porta le stimmate. All’improvviso, quel tango sfuggito da una finestra vicina, che disegna un sorriso beato sulle tue labbra tumefatte. Ti alzi come un uccello pronto a levarsi in volo. Ti allontani dai luoghi in cui hai conosciuto l’umiliazione e la paura. Sei sordo ai singhiozzi della tua sorellina. Mina piange senza ragione. Il violino le spezza il cuore e la nottata di ieri ha reso fragili i suoi nervi. Il grammofono di madame Alma, direttrice dell’Istituto universale di tango, è l’unico mezzo di cui disponi per lasciare queste mura impregnate del tuo sudore e del tuo sangue. La musica tace, ritorni tra noi e ti immergi di nuovo nei compiti. Lavori nella penombra, l’altra lampada che illuminava il soggiorno è andata in frantumi ieri quando tuo padre ti legava sul pavimento.”

Vénus Khoury-Ghata, scrittrice e poetessa,  è nata nel nord del Libano nel 1937 (in quel periodo il Libano era sotto il mandato francese)  nel villaggio di Pshery, un piccolo villaggio maronita a 2.500 metri di altezza, ora risiede in Francia dal 1973.


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